giovedì 7 maggio 2015

Ho letto Le Ombre Azzurre

Sono uno che legge per mestiere. Legge di tutto, legge forte. La maggior parte delle volte, finito di leggere, dimentica. Quando leggo, io cerco la storia, chiedo un’alternativa allo svago preconfezionato e seriale, sempre pronto in tv come un kinder in frigorifero.
Scrivete quello che volete ma datemi una storia in cui infilarmi e passare parte del mio tempo, è questo che cerco. Quando lo trovo, e non solo, quando la storia mi rimane in testa a lungo dopo che ho finito di leggerla, allora ne devo parlare.
Le Ombre Azzurre mi è piaciuto in modo inaspettato, l’ho detto anche all’autore (sì lo so che sarebbe un’autrice, ma la tipa è strana, ha personalità multiple e io non so bene con quale ho parlato).
Con quel titolo in sordina è stato una sorpresa che mi ha preso fin dall’attacco e ha continuato a farlo fino in fondo, tenendomi agganciato con un’attrazione sottile.
Un romanzo non etichettabile, diverso da tutti gli altri fantasy che (non) avevo letto prima,  inconsueto e sorprendente nelle scelte, per clima e ambientazione, ma dotato di un intreccio complesso, in cui per arrivare anche solo al perché di quelle ombre azzurre bisogna aprire scatole che ne contengono altre, e una volta arrivati si deve ricominciare.
Quali sono gli elementi che fanno intrigante una storia? La tensione, il mistero, il colpo di scena, la rivelazione finale. E la paura? Certo, anche la paura. 
È proprio su quella che si apre il romanzo. Sulla paura di un ragazzino che si sveglia per strada e non sa come ci sia arrivato, che si gira attorno e non riconosce il posto, che si guarda e non riconosce se stesso. Una paura che non passa, anzi si fa più grande quando capisce che quel posto che non ha mai visto è il paese in cui vive, paura che continua a crescere, quando scopre chi è e per cosa è conosciuto. È un bastardo malvisto da tutti, un piccolo criminale, di quelli che la gente si aspetta che da grande diventi un criminale vero. Lui non ricorda niente, eppure non ci crede, non può essere così: lui è convinto di essere un altro e il tempo gli darà ragione, ma solo per intricare di più il mistero, perché qui sono proprio le regole del tempo ad essere sovvertite.  
C’è uno scenario fatto di case e cortili, di portici e piazzette, sagrati e campanili, a fare da sfondo a questa storia, i contorni di un paese tranquillo dove però stanno succedendo cose strane, brutte cose, che per qualcuno hanno a che fare proprio col ragazzino e con una vecchia storia dai risvolti oscuri.
C’è la serenità disarmante di scene che rievocano il buono della nostra l’infanzia, e poi c’è l’inimmaginabile che sta dietro il sipario, ci sono figure che avrei voluto conoscere da bambino e ci sono anime nere.
Ho letto il libro con la fretta di arrivare  in fondo ma allo stesso tempo avrei voluto non arrivarci e farlo durare ancora, perché quello che mi ha agganciato non è stato solo il dipanarsi dell’intreccio prima della rivelazione. È stato essere lì.  
Io ci sono stato in quel paese, nelle cucine di quelle case, ho visto il sagrestano sghembo spazzare via il riso dal sagrato e i ragazzini andare a scuola prendendo il ponte della ferrovia.
Facevo a palle di neve con lui, col protagonista, quando tutto, di colpo, gli è tornato in mente.  
Sarà quel passato ancora recente ma che sembra lontanissimo, o quel futuro che è il nostro presente, e che allora sembrava fantascienza, ma l’atmosfera mi ha preso e mi è rimasta in testa, come certi sogni che per un po’ non riesci a levarti di dosso. Mi ha lasciato la suggestione delle cose che a dispetto di tutto, parlano alla parte di te che non è mai cresciuta.
Ecco, se pensate che almeno una parte di voi non è ancora diventata grande e probabilmente non  lo diventerà mai, e se avete la certezza che almeno lei si salverà dall’invecchiare, allora questo romanzo fa per voi. Ci sono pagine che vi faranno sentire bene.
Un bene piccolo, intendiamoci.
Come vedere un  papavero che spunta da un tombino.



Martin Weasel


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