giovedì 4 giugno 2015

"Sono alle Crociate, lasciate un messaggio dopo il bip..."

Cari amici lettori e scrittori, aspiranti e sostenitori, umani e conigli, 
col fermo proposito di non volere insegnare niente a nessuno, da oggi prende il via la rubrica di intrattenimento attraverso la quale vi segnaleremo alcune perle raccolte nella pratica della nostra attività. Con una serie di piccoli esempi narrativi, adattati per l’occasione ma rigorosamente autentici per forma e contenuto, condivideremo con voi esperienze di lettura che si sono rivelate gustose sorprese.
Fuori da un ordine preciso, ma guidati dall’estro del momento, faremo accenno a vari argomenti senza mai affrontarli sul serio, senza fornire dritte o consigli ma solo qualche considerazione, lasciandovi liberi di gustarvi gli espedienti narrativi e trarne le conclusioni che vorrete.

monkey
"Conosco ciò di cui scrivo?"
Oggi, per cominciare, nella nostra piccola galleria degli errori, parleremo del tempo. Anzi, del Tempo, con la maiuscola, a fugare subito l’idea delle mezze stagioni scomparse.
Il Tempo è così affascinante che poterlo manipolare almeno con la fantasia è una soddisfazione e una sfida. In narrativa il tempo si piega alla volontà dell’autore che a volte lo maneggia senza nemmeno rendersene conto, dilatandolo, contraendolo, cancellandolo, trascinando con sé il lettore indietro negli anni, o al contrario proiettandolo nel futuro.
Nella vita quotidiana il tempo è prezioso, il tempo non va sprecato, bisogna saperlo usare.
E in narrativa? È lo stesso.
Infatti, ecco una perla, ambientata a Montegrufaldo di Pellecchia, anno 1327

Turibio, appena fuori dalla locanda, si sfilò di dosso il ruvido mantello e cominciò ad agitare i pugni, invitando Galdino a farsi sotto.
“Ma che ti prende, non farai sul serio?” chiese Galdino preoccupato.
“Questa cosa va sistemata!” rispose Turibio, che accecato dalla gelosia, non riusciva più a vedere l’amico nell’uomo che aveva di fronte, ma solo un rivale pericoloso. L’aveva appena visto guardare Pulcheria con occhio lascivo, mentre lei, china sul loro tavolo mesceva il vino nei boccali.
“Ne abbiamo già parlato…”  provò a dire Galdino arretrando.
Ma Turibio, ormai fuori controllo, neanche lo lasciò finire: in un lampo gli fu addosso e con un pugno, che aveva grande quanto un maglio, gli sferrò un colpo in piena faccia facendolo volare a terra. Alla vista dell’amico riverso sul rivolo di scolo, di colpo la rabbia venne meno e Turibio tornò in sè.
“Mio Dio, che ho fatto?” esclamò con le mani nei capelli  “Galdino, amico mio, perdona questo mentecatto… non so che mi abbia preso, non ero io quello che in preda a un furore cieco ti ha messo le mani addosso…”
Galdino grugnì qualcosa e sputando sangue si mise seduto, mentre Turibio, vedendo la sua faccia tumefatta, si accorse che aveva un ché di storto.  “Amico mio, credo di averti rotto il naso. Vieni, ti porto a casa, bisogna metterci subito del ghiaccio… ”

E un’altra, sempre della stessa mano ispirata:

Turibio, seduto davanti al camino guardava le lingue di fuoco salire alte e poi sparire nel nero della cappa. Era una fiamma vigorosa e guizzante, e sembrava aver la forza di ardere all’infinito. 
“Il fuoco è come l’amore, se non lo alimenti si spegne” pensava malinconico.  Anche l’amore per Pulcheria, che pure era stato vigoroso, avendo smesso lei di alimentarlo, alla fine si era spento. Ma se Pulcheria rimaneva zoccola e Galdino un boia traditore, Turibio già da tempo aveva smesso di sentirsi becco, aveva preso a considerare la vicenda con distacco, e con gioia aveva sostituito i piaceri terreni con piaceri più nobili.  Dopo una giornata spesa a forgiare alabarde nella sua bottega, Turibio  passava le sue sere in compagnia dei libri, che ormai numerosi alloggiavano nella libreria accanto al camino…

Certo, nell’originale non era Turibio, e non forgiava nemmeno alabarde, ma il contesto era quello e le circostanze erano analoghe, con tanto di ghiaccio a disposizione e libri sugli scaffali della libreria.
E allora? Allora si ringrazia l’autore sconosciuto e si fa qualche considerazione, tutto lì.
Quando si scrive del futuro, beh, liberi tutti: se ci va di ambientare la storia in un ipotetico anno 3097 (meglio andare un po’ in là con gli anni, esagerare, assicurarsi che non ci possano essere sopravvissuti pronti a smentirci o etichettare il nostro romanzo come superato… ricordiamoci che si può chiudere un occhio su una sola Odissea nello spazio), nessuno starà a contestare l’uso della propulsione stratacoica o del teletrasporto a polimerizzazione ionomerica, e se vogliamo mettere grosse scolopendre incazzose a governare il pianeta, nessuno avrà niente da dire.
Scrivere del passato invece richiede un minimo di sforzo in più, un piccolo sforzo di logica per far quadrare il tutto, un minimo di coerenza tra il dire e il fare, tra il dire ghiaccio e accorgersi di non averlo in casa (così come i piselli surgelati, altrettanto validi in caso di contusioni), tra il dire libro e accorgersi che la stampa non è ancora stata inventata. E Billy dell’Ikea? Neanche.
Al di là di queste osservazioni, sappiamo tutti che scrivere è catartico, che è meglio di una seduta di analisi e che l’importante è dar libero sfogo all’artista che c’è in noi… ma se centinaia di queste perle transitano ogni giorno sulle scrivanie degli addetti ai lavori e non vanno oltre, vorrà dire qualcosa…

Alla prossima
Martin Weasel 

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