domenica 24 gennaio 2016

Che ne dite, accogliamo un nuovo collaboratore?


Per introdurre il possibile inserimento di un nuovo collaboratore nell staff di G&V, pubblico (senza ulteriori commenti) lo scambio di e-mail avvenuto subito dopo la pubblicazione del precedente post.

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Ecco, lo sapevo! A me non avete detto niente, così in cucina mi stanno già preparando la cena domenicale sulla base del planning culinario che ho stilato da tempo immemorabile e che non posso modificare seduta stante.
Già immagino quanto mi sentirò solo, emarginato, rifiutato e sconfitto. Non faccio parte della vostra élite di umani gioiosi... e neppure di altri gruppi omogenei. Sono un reietto, un profugo, un esule!
E così, questa sera, le mie lacrime scivoleranno nel piatto inzuppando, goccia a goccia, l'aluccia di canard à l'orange e, probabilmente qualcuna delle tristi stille cadrà anche sui crostini di farro, futilmente spalmati di burro di lepre e miele di rododendro alpino, neppure la dolcezza di quest'ultimo nettare potrà mitigare il sapor di fiele di cui le mie papille gustative saranno intrise.

 Perché non mi volete bene? Cosa devo fare per entrare nello staff di G&V?
Jacopo Felice

P.S. Hai visto? Sono riuscito a scrivere tempestivamente una epistola di posta elettronica.
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Caro Jacopo,
il tuo messaggio (di solito non si chiamano epistole!) mi stupisce. Quando ti sei presentato timidamente al nostro blog, ti abbiamo accolto a braccia aperte... Ora ci chiedi come poter entrare nel nostro circolo di persone felici e spensierate... Perché non l'hai domandato prima? Noi accettiamo collaborazioni a patto che le proposte di intervento vengano concordate preventivamente e siano in linea con il nostro stile.
Per quanto riguarda la tua cena, vorrei usare quelle che immagino sarebbero le parole della mia nonna paterna: «Sa gh'èt ad crià? Vé chi, a tajà 'l sigùli».
Frase che traduco immediatamente per avvicinarmi al tuo modo espressivo che, per inciso, ti comunico appare un tantino ottocentesco:
«Perché il tuo delicato e candido animo è sì pervaso di dolore tanto da far calare copiose lacrime a solcare il tuo dolce volto d'infante? Già che in cotali condizioni versi, perché non ti dedichi ad affettare codesti alimentari bulbi, i cui effluvi non cambierebbero peraltro punto la tua lacrimosa situazione?».
Come avrai notato mia nonna era dotata di uno spiccato dono della sintesi, ma la spiegazione che ti ho dato è realistica.
Ora avrei un paio di domande da farti:
- se spiluzzichi un'aluccia, il resto dell'anatra che fine fa?
- dato che il burro si fa con il latte, chi è riuscito nell'impresa di mungitura delle lepri, onde ricavare la materia prima?


E per finire, chi ti ha introdotto a questa diabolica tecnologia? Non riesco a credere che tu abbia fatto tutto da solo, soprattutto con gli occhi pieni di lacrime.
Ivan


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