domenica 1 luglio 2018

Anime in trappola, promo e assaggio di lettura


Con l'arrivo dell'estate, abbiamo deciso di mettere in promozione il romanzo Anime in trappola di Samantha Fumagalli.
L'ebook sarà disponibile a € 1,99 al posto di € 3,99 😉

E, sempre come omaggio, abbiamo pensato di regalare la lettura del secondo capitolo.
Buona lettura e felice estate! 🌞


Capitolo 2

Milano, 13 dicembre 2012

Fausto fumava in silenzio, ignaro di ciò che il destino aveva in serbo per lui. Davanti alla vetrina del Babel Pub, giocava a inseguire con lo sguardo i contorni indistinti del ponte che univa le due sponde del Naviglio. Quella notte il freddo era pungente e la nebbia avvolgeva la città quasi a volerla isolare dal resto del mondo.
Si sentiva felice. Molte volte avrebbe ripensato a quel momento, smanioso di ritrovare inalterata quella felicità e cancellare gli avvenimenti che di lì a pochi giorni avrebbero impresso ferite profonde nella sua anima. Ma nessun uomo può tornare indietro per mutare il corso degli eventi e ognuno deve imparare a convivere con le proprie cicatrici.
Si passò la mano tra i folti capelli neri e respirò a fondo l’aria satura di umidità. Gli piaceva quell’odore, che penetrava nelle narici sottile e prepotente al tempo stesso. Gli piaceva la nebbia. In quell’ammasso di microscopiche gocce d'acqua, percepiva qualcosa che trascendeva il mero fenomeno atmosferico. Il velo che offusca la visibilità, per lui, celava l’insidioso potere di ottenebrare la mente, di far perdere la bussola. Bastava un niente per essere adescati dalla sua natura effimera, e una volta passati oltre il velo c’era il rischio di non tornare più indietro.
In quell’istante, la nebbia si diradò e Fausto, accarezzandosi il pizzetto, mise a fuoco i contorni della ringhiera di ferro che accompagnava l’arco del ponte. Poi, di nuovo bianco. Prima il mondo, e subito dopo il nulla. Ne era stregato. La nebbia era l’indefinito oltre il quale spingersi per scoprire. Giocare con essa era come giocare con l’illusione dell’infinito. In quello strano sentimento si nascondeva una parte inalienabile della sua natura, la stessa che lo aveva spinto a studiare filosofia e che anni addietro lo aveva condotto sui sentieri dell’esoterismo, facendolo entrare in un gruppo di studiosi di ermetismo e alchimia.
Ma quella non era una notte da dedicare ai grandi misteri esistenziali. Era felice, e gli bastava. Sorrise tra sé, spense la sigaretta nel posacenere di marmo bianco, che montava di guardia a lato dell’ingresso, e rientrò.
Le note di Hotel California aleggiavano ancora nell’aria, mentre Luca stringeva la mano ai clienti del pub che si complimentavano con lui prima di avviarsi all’uscita. L’orologio segnava le due e nel locale erano rimasti soltanto quattro ragazzi davanti ai loro bicchieri di whisky quasi vuoti. Luca era sicuro che non avrebbero tardato ad andarsene e gettò uno sguardo d’intesa a Fausto, che ricambiò con un lieve cenno del capo.
Dopo poco, nella penombra della sala, i quattro ragazzi si alzarono, infilarono i giubbotti e si diressero alla cassa. Soltanto allora, Fausto raggiunse l’amico.
«Bella serata, - disse - eri in gran forma».
«Già, - replicò Luca, accarezzando la chitarra prima di riporla nella custodia - la bambina si è comportata bene. Come sempre, d’altronde. So che non mi tradirà mai. È una compagna fantastica, si accontenta del ruolo di spalla, anche se è lei la vera protagonista».
Il musicista augurò la buona notte al suo fedele strumento e abbassò il coperchio.
«Anche tu hai cantato un paio di pezzi niente male, Fausto, - disse poi, alzando lo sguardo - dovresti farlo più spesso».
«Sei tu il professionista, per me è soltanto un gioco, lo sai».
«Che c’entra? Cantanti, musicisti… si inizia sempre per gioco. Poi la musa ti strega e non puoi più farne a meno».
«Be’, allora diciamo che la musa non deve apprezzare granché la mia voce, perché ti garantisco che non ha mai tentato di sedurmi».
Luca sollevò le spalle: «Liberissimo di continuare a seppellire morti, se preferisci» e la sua voce era velata di sarcasmo.
«Sarà meglio darsi una mossa, fra poche ore dobbiamo partire» tagliò corto Fausto.
«Avremo tempo per riposare quando saremo a Brunico, ora lasciami scaricare l’adrenalina con un bicchierino». Pose un braccio sopra le spalle dell’amico e lo condusse al bancone del bar.
«Jacky, due cognac» ordinò.
Giacomo, che tutti si ostinavano a chiamare Jacky, era il proprietario del Babel, un rinomato locale sul Naviglio Grande milanese, che nell’arco di un ventennio aveva fatto da trampolino di lancio a molti artisti. Aveva il viso triangolare, il naso affilato e gli occhi furbi, a colpo d’occhio ricordava una volpe, e il suo indiscutibile fiuto negli affari ne ricalcava il carattere.
Il barista guardò Luca con sguardo sornione.
«Sei andato alla grande, Luca. I clienti erano entusiasti» disse, appoggiando sul bancone tre bicchieri a stelo corto e dalla coppa molto ampia, poi si girò e scelse una bottiglia dal ripiano alle sue spalle. «Questa sera voglio rovinarmi, Grande Réserve, il cognac migliore, invecchiato in botti di rovere. Sentite che profumo». E versò due dita di liquore nei bicchieri.
«Non penserai di liquidarmi con un cognac invecchiato, vero? È dalla volta scorsa che dobbiamo ridiscutere il compenso».
«Sono tempi duri, mio caro. Ma tu dovresti goderti di più la vita. Hai visto la biondina con il maglione azzurro come ti fissava? Mi ha chiesto se vieni qui spesso, ero tentato di darle il tuo numero».
«Lascia perdere, Jacky, non voglio casini».
«Smettila di fare il prezioso, col tuo lavoro potresti averne una nuova ogni settimana».
«Non me ne frega un accidenti. Dopo Susanna, è meglio che mi prenda una pausa di riflessione. Altro che cambiarne una alla settimana!».
«Dai, Jacky, non stuzzicarlo. Luca è l’ultimo dei romantici. Non puoi chiedergli di tradire la sua indole» intervenne Fausto. Conosceva bene l’amico ed era al corrente dei retroscena della sua storia d’amore andata a rotoli. Dopo cinque anni di convivenza apparentemente idilliaca, Susanna aveva iniziato a dare segni di insofferenza. Si lamentava di non poter costruire una famiglia con un uomo che coltivava ancora sogni da adolescente e conservava un lavoro tanto instabile. Luca aveva pensato a una crisi passeggera e non le aveva dato troppo peso, finché un pomeriggio dell’estate appena passata Susanna aveva posto un aut-aut: o lei o la musica. Mossa avventata. Oppure accuratamente studiata, pensava Fausto, perché a Luca si poteva chiedere di tutto, tranne di rinunciare al suo sogno. E infatti il musicista le aveva risposto di andare all’inferno. Susanna aveva preso la palla al balzo e, senza farselo ripetere due volte, si era trasferita non si sa bene dove.
Fausto aveva ancora nitida nella mente l’immagine dell’amico che, la sera stessa del litigio, dopo aver quasi vuotato una bottiglia di whisky, gli confessava i suoi sospetti: c’era sicuramente un altro e Susanna aveva inscenato quella farsa per uscire dalla sua vita a testa alta. Non era tanto per il tradimento, certe cose capitano, ma non riusciva a farsi una ragione che, dopo cinque anni, lei lo considerasse un tale scemo da scaricare con un giochetto simile. C’era poco da dire, era andata così e amen. L’unica cosa che valeva la pena, ormai, era rimettere insieme quel che restava e guardare oltre. Era chiaro come il sole che non avrebbe più rivangato l’accaduto. E Fausto aveva quasi sempre rispettato la sua decisione.
Il musicista stava facendo ondeggiare il cognac, fissando il bicchiere con uno sguardo a metà tra il vacuo e il pensieroso, poi si voltò in direzione del suo difensore: «Fai bene a darmi supporto, tu, che in quanto a paranoie sentimentali potresti persino farmi da maestro».
«Cosa c’entro io, adesso?».
«Non fare il finto tonto, caro il mio filosofo. Hai capito benissimo. A proposito, come sta?»
«Chi?» dribblò l’altro, cercando goffamente di sviare il discorso.
«Viviana, la tua bella strega, chi altri…».
«Ecco, vedi che succede a fidarsi di uno che si dichiara dalla tua parte. Devo aver bevuto troppo quella sera, e mi sono lasciato andare a confidenze che sarebbe stato meglio tenere per me».
«Non chiuderti a riccio come al solito, so bene che non era la voce dell’alcool a parlare. Ho visto come la guardi. E non ci sarebbe niente di male se…».
«… se non si trattasse della mia migliore amica» completò Fausto.
«Non volevo dire questo».
«E cosa volevi dire, allora?».
«Che non ci sarebbe niente di male in quello che provi, se soltanto la smettessi di barricarti dietro un muro di dubbi e timori».
«Può darsi, ma non ho voglia di parlarne, almeno finché non riterrò che sia giunto il momento. E questo non lo è di certo!».
Jacky aveva ascoltato in silenzio lo scambio di battute tra i due, l’aria era troppo elettrica per i suoi gusti, a volersi intromettere c’era il rischio di prendere la scossa. Senza farsi notare, fece scivolare sul bancone la busta con i soldi per Luca, poi guardò la sala, si gettò uno strofinaccio sulla spalla e sgattaiolò fuori dal bar per ripulire gli ultimi tavoli. Aveva congedato la cameriera all’una ed era rimasto solo per la chiusura. Meglio darsi da fare.
«Come preferisci» disse Luca a bassa voce, con un’alzata di spalle.
Fausto non sopportava di sentir tirare in ballo quel discorso, era una zona d’ombra nella sua vita, o meglio nella sua testa. Sì, soprattutto nella testa, dove c’erano un mucchio di tesi e di controtesi, tante a favore e altrettante contrarie, e il gioco terminava sempre in stallo. Aveva un bel dire Luca, ma chi doveva fare i conti con se stesso era lui, e a lui i conti non tornavano. Molto semplice. E comunque, erano soltanto fatti suoi. Preferiva lasciar perdere? Sì, decisamente.
Luca svuotò il bicchiere e lo depose sul bancone: «Sarà meglio andare». Afferrò la busta, la stropicciò nella mano senza neanche guardare il contenuto e la mise nella tasca dei jeans, poi prese lo strumento e cercò l’oste nel buio della sala.
«’Notte Jacky!» disse, girando sui tacchi e alzando una mano in segno di saluto. Poi s’incamminò fuori dal locale, lungo il Naviglio, fumando una sigaretta.
Fausto, le mani in tasca e il bavero alzato, lo seguiva in silenzio a un passo di distanza, immerso in strani pensieri. C’era qualcosa nell’aria che non andava, aveva tentato in ogni modo di non prendere sul serio le provocazioni di Luca, ma lui non aveva perso occasione per pungolarlo. Non era da loro un comportamento del genere. Di solito, c’era più complicità e meno competizione. Era infastidito. Una lattina vuota di birra gli si parò d’innanzi sul marciapiede, quasi si fosse messa di proposito sul suo cammino. La calciò stizzito e la lattina volò a colpire il parafango di un furgone parcheggiato poco più avanti. Lo strepito prodotto dall’impatto delle due lamiere fece scattare Luca come una molla.
«Ma che cazzo hai, stanotte?» sibilò il musicista.
Ecco, appunto. Fausto scrollò le spalle.

Se vuoi continuare la lettura:
ebook
libro

venerdì 29 giugno 2018

Il senso delle cose


 

Abbiamo tutti bisogno di momenti in cui fare cose inutili. 
Piacevolmente inutili. 
Il perenne senso dell'utilità, del vantaggioso e del pratico sviliscono la nostra fantasia e la pura gioia di vivere. 
Ricordiamocelo.

martedì 26 giugno 2018

La vita sui muri





Uno con le idee chiare?
Uno che ha fatto le sue scelte?
Un disperato?
Un disilluso?
Uno che sa che non ce la farà mai o solo un burlone?
Inventatevela voi quella che vi piace di più...
comunque la vogliate vedere, una scritta sul muro è sempre un breve, folgorante racconto...

lunedì 4 giugno 2018

È ridicolo credere


È ridicolo credere
che gli uomini di domani
possano essere uomini,
ridicolo pensare
che la scimmia sperasse
di camminare un giorno
su due zampe

è ridicolo
ipotecare il tempo
e lo è altrettanto
immaginare un tempo
suddiviso in più tempi

e più che mai
supporre che qualcosa
esista
fuori dall'esistibile,
il solo che si guarda
dall'esistere. 

Eugenio Montale

lunedì 28 maggio 2018

Qualità da coltivare

«Ognuno deve coltivare dentro di sé una serie di qualità che possono sembrare in contraddizione, come per esempio: innocenza, autocontrollo, fede, audacia... Attivare la magia richiede molto coraggio, anche una certa purezza e un profondo lavoro su se stessi.»
Alejandro Jodorowsky

domenica 27 maggio 2018

Prospettive che si ribaltano...


Una piccola rivelazione. Il Varco di P. M. Mucciolo è davvero un gioiellino.
Una storia inconsueta e sfaccettata, raccontata con tono brillante - difficile da trovare in giro - una scrittura efficace che ti sbatte sulla scena ma al contempo te la illustra con misura.
Personaggi originali e un protagonista di spessore (grazie, siamo stufi degli stereotipi), che si muovono in ambienti molto diversi ma sempre in uno scenario suggestivo.
Battute argute, ma anche la giusta introspezione.
Un viaggio che porta (più che) lontano, la paura in tante forme, una missione estrema da svolgere fino in fondo e poi, a finale raggiunto, una prospettiva che si ribalta.
Altro?
Sì, la prospettiva che si ribalta ancora...


venerdì 25 maggio 2018

Assaggi di lettura: Anime in trappola

Capitolo 1 

Brunico, 9 dicembre 2012 

Sollevò la sciarpa fino a coprirsi metà viso e infilò le mani nelle tasche del giubbotto. Soffiava un vento gelido, quella domenica sera, e le strade erano ricoperte da venti centimetri di neve. La telefonata di poco prima aveva ritardato la sua uscita, ma per nulla al mondo avrebbe rinunciato alle sue abitudini salutiste. E la passeggiata serale era una di queste. A quarantotto anni non dimostrava affatto la sua età, ma sapeva che per mantenersi in forma servono rigore e disciplina.
Prese la via del bosco. Amava passeggiare in solitudine e il respiro silenzioso degli alberi lo aiutava a pensare. Un’ora, un’ora e mezza al massimo, e per le undici sarebbe stato di nuovo a casa. L’indomani lo aspettava una giornata di lavoro impegnativa.
Un tonfo sordo lo fece sussultare. Si girò di colpo, sfilando dalla tasca la torcia elettrica e puntando il fascio di luce di fronte a sé. Scorse una nuvola bianca di pulviscolo cadere da un abete. Che sciocco, era solo un blocco di neve scivolato da un ramo. Rimise la torcia in tasca e riprese il sentiero. Doveva essere stata la telefonata di sua sorella a metterlo in agitazione. Il marito di Christine era partito per un viaggio in Slovenia ed era rimasto coinvolto in un incidente ferroviario. Il telegiornale aveva parlato di tre morti e numerosi feriti, ma il nome di Marc non figurava. Neanche tra i superstiti. Christine si era messa in contatto con la polizia locale, senza ottenere altro che una blanda rassicurazione: le ricerche sarebbero proseguite per tutta la notte e l’avrebbero avvisata quanto prima. Poi lo aveva chiamato. Ma lui cosa poteva dirle se non di avere pazienza e rimanere fiduciosa? Christine, però, non aveva smesso di piangere un attimo, capace soltanto di raffigurarsi il peggio. E lui si era sentito impotente.
Paul Brugger non sopportava gli allarmismi, era un uomo pratico. Preferiva passare all’azione sulla base di certezze piuttosto che farsi prendere dal panico prima del tempo.
Un fruscio richiamò di nuovo la sua attenzione, ma questa volta non si lasciò influenzare dal suo stato d’animo e proseguì affondando gli scarponi nella neve con passo sicuro. Riusciva a muoversi agevolmente grazie al biancore diffuso della luce lunare, ma nei tratti in cui i rami si infittivano, tirava fuori la torcia per illuminare il sentiero. La stava giusto facendo ondeggiare a destra e a sinistra, quando gli parve di scorgere un’ombra aggirarsi tra gli alberi. Possibile che ci fosse un altro amante delle camminate solitarie? Strano. Di solito non gli accadeva di incontrare nessuno di notte nel bosco, specialmente con quel freddo. Fece spallucce e andò oltre. Accantonò definitivamente il pensiero di Christine e tornò a concentrarsi sull’organizzazione della settimana che lo attendeva.
Sulla strada del ritorno, ancora soprapensiero, avvertì uno scricchiolio di rami rotti alle sue spalle e si voltò in direzione del rumore. Un uomo alto, con un lungo soprabito nero, si trovava a meno di due passi da lui. La sorpresa fu istantanea. Come aveva fatto a non accorgersi della sua presenza? Senza una ragione precisa sentì crescere l’apprensione, strinse i pugni e si girò per riprendere il sentiero, ma l’altro era già di fronte a lui.
Paul Brugger si inchiodò sul posto.
«Si è perso? Ha bisogno di qualcosa?».
L’uomo non rispose e con un gesto lento sollevò il copricapo a falde larghe che gli celava il viso. Paul trasalì. Gli occhi neri dello sconosciuto sembravano emanare bagliori rossastri, mentre si posavano su di lui.
«Ma cosa…» mormorò, mentre i battiti del cuore acceleravano.
«Ssssh…» fece l’altro, portandosi l’indice alle labbra.
Paul non riusciva a distogliere lo sguardo dagli occhi dell’uomo e, quasi in trance, lo osservò disegnare nell’aria, per tre volte consecutive, una stella a cinque punte ribaltata, poi avvertì il proprio corpo irrigidirsi. Avrebbe voluto scansare lo sconosciuto e fuggire, ma le gambe non rispondevano. Nonostante fosse accaldato per la lunga camminata, brividi di freddo lo percorsero da capo a piedi. Cercò di parlare, ma la voce gli si spense in gola nel momento esatto in cui una strana cantilena usciva dalla bocca dell’altro. Il corpo di Paul, completamente fuori controllo, prese a ondeggiare al ritmo di quella litania fatta di parole mai ascoltate prima. Voleva urlare, muoversi, piangere, ma restava paralizzato lì, immobile di fronte a quella figura inquietante.
Un’ondata di affanno si riversò nei suoi polmoni, che presero a contrarsi spasmodicamente, mentre il cuore batteva, batteva sempre più forte, quasi a voler sfondare la cassa toracica. L’uomo vestito di nero lo fissò, come se percepisse l’urgano interiore che lo stava distruggendo, e passò una mano a pochi centimetri dal suo petto, senza toccarlo. Era un gesto pacato, quasi gentile.
«Mi servi integro» furono le parole che a Paul parve di udire.
L’uragano si placò. Il dolore scomparve e lui riprese a respirare normalmente. Forse, se fosse riuscito a parlare, lo avrebbe persino ringraziato, ma l’altro sollevò la mano destra e schioccò le dita.
«Adesso, dormi!» sussurrò.
Senza alcuna possibilità di contrastare il potere che quell’individuo esercitava su di lui, Paul sprofondò in qualcosa che poteva assomigliare a un sonno ipnotico, anche se lui non sapeva bene che cosa fosse, e socchiuse gli occhi.
Lo sconosciuto riprese a recitare altre parole incomprensibili con tono musicale, mentre conduceva Paul Brugger verso un grande pino, sotto al quale lo fece sedere.
Approdato in una terra aliena, Paul si sentiva ostaggio di un sonno che non era sonno. Non era vigile, ma neanche del tutto incosciente. Memore dell’incontro, ma privo di emozioni. Vuoto e buio erano i suoi unici compagni in quel momento.
Lo sconosciuto annuì, mentre le sue labbra assumevano la piega di un ghigno, poi, con movimenti lenti, si infilò un paio di guanti in pelle, estrasse dalle tasche del soprabito alcuni strumenti e li posò sulla neve accanto all’albero.
Accese un cero nero e tornò a dedicarsi all’uomo che se ne stava seduto come un fantoccio, gli aprì il giubbotto, sfilò la sciarpa, quindi sbottonò il cardigan e la camicia fino a scoprire il petto. Con una pinza prese un oggetto di metallo e lo tenne sulla fiamma viva della candela. Dopo alcuni minuti, premette con forza il ferro rovente sul torace di Paul.
«Io ti invoco Creatura delle Tenebre.
La Parola che stringe e comanda è la mia Parola!
Iä! Nngi banna barra Iä!
Iarrugi shgarra gnarab!».
Il corpo di Paul fu scosso da tremiti convulsi, le braccia si contrassero, le mani si chiusero a pugno stringendo la neve, le gambe si agitarono in contrazioni involontarie e il busto si inarcò come percorso da una violenta scarica di elettricità. Aprì gli occhi, sbarrati, atterriti. Dalla bocca uscì un suono rauco, uno strozzato grido di aiuto, accompagnato da un rivolo di saliva che gli scivolava lungo il mento.

Incipit del romanzo thriller Anime in trappola.
Disponibile in cartaceo (Amazon) e in ebook (Amazon).


giovedì 24 maggio 2018

Magia e fantasia


«Il potere di una fervida fantasia è la componente principale di ogni operazione di magia»
diceva Paracelso, e credo che questo valga anche e soprattutto per la magia della scrittura...

martedì 22 maggio 2018

Oltre l’illusione



"Ogni giorno, ci vengono proposti modelli da emulare, siamo letteralmente bombardati da immagini di donne e uomini bellissimi, sorridenti, pieni di vitalità, con famiglie perfette, carriere vertiginose, vite mondane turbinanti, attività sportive sfrenate.
Veniamo invitati a prendere questi esempi come le uniche espressioni di una vita di successo, con il risultato che spesso, nel confronto con questi prototipi, spesso poco realistici, molti si sentono frustrati, la vita appare loro troppo banale, le energie disponibili molto inferiori alle richieste.
Di fronte alle immagini proposte, per esempio, dalla moda, quanti si sentono di poter vantare uno stile sempre fresco, impeccabile e adeguato a ogni circostanza? Ben pochi, crediamo. Diciamo, piuttosto, che la pioggia ci sorprende proprio quando indossiamo le scarpe meno opportune, veniamo invitati a una festa e ci presentiamo troppo sportivi o troppo eleganti, passiamo mezz'ora davanti all'armadio aperto per decidere cosa indossare a un colloquio di lavoro o a una serata galante, e se gli amici ci fanno una visita a sorpresa a casa, di sicuro non ci troveranno nella nostra tenuta più glamour.
Queste condizioni possono far sentire fuori luogo, ma in realtà sono deliziose, perché autentiche e genuine. Sono situazioni che capitano alle persone che vivono, a differenza degli standard proposti, che sono statici, costruiti e artefatti.
E lo stesso vale per i modelli estetici: magri e bellissimi, con la pelle liscia e i capelli lucenti. Ma quando stiamo con una persona, ciò che ci tocca dentro e ci fa stare bene sono ben altre qualità. Dopo un incontro, ricordiamo i sorrisi, gli sguardi, le parole, la simpatia, l’intelligenza, la gentilezza, e siamo spinti ad approfondire un'amicizia per ciò che ci dà e per ciò che abbiamo piacere di donare.
Anche per quanto riguarda la famiglia ideale, non c’è modello che valga neanche lontanamente la vita reale. Nessuno spot può eguagliare il conforto umano fornito in un momento difficile, la forza che unisce una famiglia quando deve affrontare un problema, le spontanee risate che nascono da semplici gesti quotidiani, la tenerezza che si prova nell’osservare qualcuno che si ama, la complicità che scaturisce dalla conoscenza.
Lo stesso dicasi per la maggioranza dei film che ci mostrano protagonisti ambiziosi, tenaci, coraggiosi e magari anche spiritosi. Personaggi che escono sempre vittoriosi dalle loro vicissitudini, anche quando, in un primo tempo, appaiono deboli o paurosi.
Di fronte a questi campioni, come sembriamo timidi, fragili e perdenti. Eppure siamo stupendi ed eccezionali proprio per le nostre paure da sconfiggere, per i nostri drammi da superare, le nostre certezze da far nascere cercandole dentro di noi e, perché no, anche per le nostre sconfitte.
Quando vediamo un bambino affrontare le sue prime sfide, non possiamo rimanere impassibili, sentiamo vibrare qualcosa dentro, soffriamo quando fa fatica, gioiamo quando raggiunge un traguardo. E dovrebbe essere sempre così, nel corso della vita, perché anche se cambia l’altezza e muta la fisionomia, quando incontriamo nuove montagne, alte o basse che siano, siamo ancora come bambini davanti a vette da scalare. Perché perdere la capacità di emozionarsi, quando a compiere piccole o grandi imprese è un adulto? I dubbi e le paure non svaniscono con l'età e un eroe non è tale soltanto se compie imprese al cardiopalmo.
Tra la propensione a emulare modelli non propri e la rincorsa verso uno stile di vita iperattivo è difficile trovare affascinanti la calma, l’introspezione e la ricerca di un proprio centro, anche se poi, guarda caso, l'ammirazione più grande si rivolge sovente a chi sembra attraversare le tempeste senza bagnarsi. E quali sono le persone che, nonostante i temporali, conservano la pace e mantengono la rotta? Sono quelle che hanno individuato un proprio centro e conquistato un equilibrio interiore. Fattori, questi, che non si trovano all'esterno e non vengono serviti su un vassoio, ma devono essere cercati e trovati dentro di noi.
Quando una persona cerca, spesso inconsapevolmente, di raggiungere un ideale stereotipato creato da altri, si allontana da se stessa e rischia di perdere di vista i suoi reali desideri e obiettivi. Si ritrova, così, a vivere una vita nella quale non si riconosce e finisce per non sapere più cosa vuole, perché ha perduto l’appartenenza al sé. Questo espone al rischio di diventare sempre più vittima involontaria di ulteriori condizionamenti, che allontanano sempre di più dalla propria reale identità.
È soltanto attraverso un viaggio all’interno di noi stessi, che possiamo scoprire un personale e affascinante universo, trovare la nostra missione di vita e condurre una vera esistenza di successo. Perché, a quel punto, il successo è una vittoria assolutamente personale, è la realizzazione del proprio compito divino e non la copia di un qualunque stereotipo di massa."

Tratto dal libro La quinta via di Samantha Fumagalli e Flavio Gandini 




lunedì 21 maggio 2018

Stupidità e saggezza


«La stupidità deriva dall'avere una risposta per ogni cosa. 
La saggezza deriva dall'avere, per ogni cosa, una domanda». 

Milan Kundera

sabato 19 maggio 2018

Chi ha scritto la Genesi?


«Subito, all’inizio della Genesi, è scritto che Dio creò l’uomo per affidargli il dominio sugli uccelli, i pesci e gli animali.
Naturalmente la Genesi è stata redatta da un uomo, non da un cavallo».

Milan Kundera

sabato 12 maggio 2018

Essere amati senza merito

«L'amore è per definizione un dono non meritato; 
anzi, l'essere amati senza merito è la prova del vero amore».
Milan Kundera

venerdì 4 maggio 2018

Amare è preferire


«Quel che abbiamo letto di più bello lo dobbiamo quasi sempre a una persona cara. Ed è a una persona cara che subito ne parleremo. Forse proprio perché la peculiarità del sentimento, come del desiderio di leggere, è il fatto di preferire.
Amare vuol dire, in ultima analisi, far dono delle nostre preferenze a coloro che preferiamo. E queste preferenze condivise popolano l’invisibile cittadella della nostra libertà.
Noi siamo abitati da libri e da amici.»

Daniel Pennac

giovedì 3 maggio 2018

Amare o essere amati?

«Forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati, vale a dire vogliamo qualcosa dall'altro invece di avvicinarci a lui senza pretese e volere solo la sua semplice presenza.»
Milan Kundera

mercoledì 2 maggio 2018

La banalità

«È l’humus della vita, la banalità.
Raramente ci piove addosso una perla, un granello di sabbia, un minuzzolo luccicante.
E in questo oceano di onde qualunque, il potere è il vizio banale piú comune nell’uomo.»
Fred Vargas

mercoledì 11 aprile 2018

C'era una volta...



Tutto ha inizio con l'antico monito “conosci te stesso”.
Sebbene gli esseri umani siano convinti di conoscersi e di essere dotati di coerenza e coesione psichica, in realtà si conoscono poco e sono volubili e influenzabili. Gli stimoli esterni provocano continui dubbi, turbamenti e cambiamenti di rotta, mettendo in risalto l'esistenza di personalità multiple o quanto meno di un'identità frammentata. Sembra che questa sia la natura dell'essere umano, il quale può, però, ricercare in se stesso un nucleo che gli dia stabilità, senza impedirgli di crescere. Si tratta di rapportare ogni nuovo apprendimento a un io unitario e permanente.
Sono molte le voci e le opinioni che agitano la mente umana e che, entrando in conflitto tra loro, infliggono battute d'arresto e causano tensioni ardue da risolvere. Scontri e divergenze interiori sono il chiaro segnale di una personalità frammentata, che tende a subire la vita più che partecipare volontariamente al suo dispiegarsi.
Una delle più grandi illusioni dell'essere umano riguarda appunto il suo io. Quella che potremmo definire la “macchina-uomo” è un evoluto congegno con cui e attraverso il quale tutto accade, ma che non può fare, se per fare intendiamo un agire deliberato e volontario. Per fare, occorre un'identità permanente, mentre ciò che viene comunemente chiamato "io" muta con la stessa rapidità con cui cambiano i pensieri, i sentimenti e gli umori. Commette un grave errore, chi considera se stesso sempre una sola stessa persona, perché in realtà egli è sempre una persona differente. Ogni pensiero, ogni desiderio, ogni avversione, ogni sensazione, ogni umore dice “io”; io penso; io desidero; io detesto; io sento; io ho bisogno. Si dà per scontato che questo io appartenga a un tutt'uno, ovvero all'intero essere umano, e che, di conseguenza, i pensieri, i desideri, le avversioni, le sensazioni e gli umori siano espressi da questo tutt'uno. Nella realtà dei fatti, una simile supposizione non ha fondamento, perché ogni idea e ogni capriccio compaiono e vivono in modo indipendente dall'unità. Questo tutt'uno non si esprime mai, per la semplice ragione che esso non è strutturato, cioè esiste di per sé, ma solo fisicamente, in quanto corpo, e in astratto, in quanto concetto.
L'essere umano non ha un Io individuale, piuttosto ha centinaia di piccoli io separati, talvolta sconosciuti tra loro, talvolta ostili l’uno nei confronti dell’altro, che sono reciprocamente esclusivi e incompatibili. Ogni volta che una persona dice o pensa “io”, quell'io è differente, ora è un pensiero, ora una sensazione, ora un altro pensiero, ora un'altra sensazione, e via di seguito senza fine.
L'essere umano è una pluralità, che deve realizzare l'unità, portando in essere ciò che viene chiamato Io o .
E non si sottovaluti la differenza tra un io e un Io: l'iniziale maiuscola non è un gioco grafico, ma sta a rappresentare l'identità, come fosse un nome proprio.

Tratto dal libro La quinta via di Samantha Fumagalli e Flavio Gandini

Samantha Fumagalli e Flavio Gandini, ricercatori, scrittori e docenti, dopo aver studiato e sperimentato le scoperte enunciate dal professor Calligaris, hanno inventato la Dermoriflessologia® e la Dermoalchimia®, due discipline olistiche dedicate all'armonizzazione di corpo, mente e spirito e allo sviluppo della coscienza umana e della spiritualità. Nel 2000 hanno fondato l’Associazione Vega per lo studio e la divulgazione di queste materie e hanno dato vita all'Accademia di Dermoriflessologia.


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giovedì 5 aprile 2018

Nuovo nato in casa G&V


La pietra filosofale è un ottimo spunto per presentare questo libro, che pone le basi per un vero laboratorio alchemico interiore.
Alla pietra filosofale sono attribuite tre proprietà: donare la conoscenza, fornire l'elisir di lunga vita e trasmutare il piombo in oro. Poteri straordinari che simboleggiano la ricongiunzione dell'anima con la dimensione spirituale, onnipresente e onnipotente. Da qui la conoscenza, che scaturisce dalla comprensione di se stessi e del mondo circostante, l'elisir di lunga vita, risultato di nuovi modi di pensare e di agire, e la trasmutazione del metallo vile in oro, ovvero l'individuazione del sé superiore.
L'alchimia si fonda sulla relazione tra spirito e materia e per l'alchimista la metamorfosi interiore si riflette in un miglior benessere psicofisico, una vita più creativa e una maggior prosperità.
La quinta via è un percorso alchemico di trasmutazione psichica, che integra spirito e materia.
L'insegnamento si rifà all'antico sapere ermetico, la parte pratica è composta da azioni quotidiane, meditazioni e Dermoalchimia.

Disponibile anche in ebook.

Link per l'acquisto:


mercoledì 4 aprile 2018

Il demone, questo sconosciuto

I demoni fanno parte della storia dell'uomo fin dai primi momenti della sua comparsa sul pianeta Terra e, forse su altri pianeti. Ogni volta che qualcosa va storto, che non rispecchia le nostre aspettative, quando la sorte, insomma, sembra remare contro, ci si convince che un demone stia facendo il proprio lavoro a nostro discapito.
E i piccoli demoni, quelli meno conosciuti e non catalogati negli elenchi infernali non sono meno dannosi degli occupanti le "alte sfere" della gerachia diabolica.
Presentiamone uno, il cui nome è del tutto misconosciuto, le cui azioni, però, sono ben note a molti.

Menagraham (a volte si fa chiamare anche Portasfigael)

Come la maggior parte dei suoi parigrado ha assolutamente bisogno di impossessarsi di un umano per potersi manifestare con eventi materici. Pertanto sceglie un soggetto idoneo a prestare la sua voce, promettendogli l'immunità. Soltanto con le parole del suo tramite riesce a compiere i piccoli disastri che realizzano la sua missione.

Personaggi:
la vittima della persecuzione (sarà il narratore della vicenda in prima persona);
il tramite di Menagraham (la seconda voce del dialogo).

Scenario:
una situazione facente parte della più assoluta normalità e che, quindi, la vittima considera assolutamente tranquilla e innocua.

Epilogo:
lo vediamo nella foto finale.

Nota Bene:
la storia è evidentemente inventata e anche i personaggi, ma la morale, come nelle fiabe, è autentica.

Ho appena avviato il motore dell'auto per recarmi a comprare una chiave fissa nell'utensileria del paese vicino al mio. Sono soltanto due chilometri, ma, a causa di una leggera pioggia, ho deciso di non andarci in bicicletta.
La strada che devo percorrere è secondaria, o forse anche terziaria (ammesso che esistano strade di tale categoria). Più o meno transiteranno venti auto in una giornata, la conosco meglio delle mie tasche, è dritta, pianeggiante e anche asfaltata da poco.
Si avvicina un conoscente e mi dice: «Stai andando a Xxx?».
«Sì, - rispondo - faccio un salto in utensileria».
«E che ci vai a fare?».
«Guarda, è una strana storia. - Spiego - Da un paio di mesi abbiamo programmato una vacanza-turismo in mountain-bike. Siamo in sei amici e ogni anno organizziamo un tour sugli Appennini. Nel pomeriggio si parte, ma questa mattina, quando sono andato nel box per montare il portabici sull'auto, non ho trovato la chiave da 13. È molto strano perché gli attrezzi sono tutti appesi in ordine e lo spazio della chiave era vuoto».
«Brutto segno! - Bofonchia. Poi a voce più alta si spiega - È il destino che ti dice di restare a casa. Ne sono certo. È così che si annunciano le disgrazie».
«Rinunciare per una chiave inglese? Ma se abbiamo anche pagato gli alberghi...».
«Mai pagare in alticipo. Non si può mai sapere cosa può accadere all'ultimo istante».
Decido di dirottare il discorso su argomenti meno dolorosi.
«E tu che ci vai a fare a Xxx, stamattina? Beh, ma intanto sali, altrimenti non arriviamo più».
«Vado dall'assicuratore, - comunica chiudendo la portiera - devo stipulare un'assicurazione contro gli infortuni».
Metto la mano sinistra sul profilo del finestrino sperando che, almeno quello, sia di ferro e serva come scongiuro.
«Fanne una anche tu. Questa propone la copertura per l'invalidità totale e parziale, permanente e provvisoria... Per te che vai in posti impervi e isolati con la bicicletta, sarebbe il minimo».
Sono partito e, dopo cento metri già fermo all'unico semaforo del paese, che, ovviamente è diventato rosso non appena mi sono avvicinato.
Lui si mette una mano nei capelli, disperato, e con l'altra indica il quarto bottone della mia camicia. Oddio, penso, non avrò chiuso la cerniera dei pantaloni?
«Non hai allacciato la cintura di sicurezza!!!».
«Dio Santo, - replico, infastidito - sono solo due chilometri in mezzo ai campi».
«Ma bisogna metterla sempre! Non sai come è pericoloso viaggiare senza?».
«Che palle, ti sembra che stiamo viaggiando? Andiamo a cinquanta all'ora...».
«Ieri è morto un automobilista sulla provinciale, urtando un paracarro. Ed era appena partito al semaforo».
Non ne posso più. Dopo alcune manovre scaramantiche decido di farlo smettere agganciando la maledetta cintura. Non si muove.
Tiro più forte, ma continua a non muoversi.
Provo a guardare. Sembra tutto normale.
Tiro di nuovo. Che diavolo è successo? Volto la testa verso l'avvolgitore.
È bastato un istante di distrazione...


giovedì 1 marzo 2018

Pelle, specchio dell'Universo


DERMORIFLESSOLOGIA 
GIUSEPPE CALLIGARIS spiega con queste parole il superlativo organo di senso che è la PELLE:
«La superficie cutanea del corpo umano rappresenta uno specchio magico, invisibile ma presente, sul quale tutto viene riflesso, dal mondo interno e da quello esterno, entro cornici già preordinate. Su questo specchio è in realtà proiettato tutto l’Universo. Ma questo numero infinito d’immagini non perviene distinto alla coscienza, che ne resterebbe perturbata in mezzo a una confusione caotica. Dal piano del subconscio sale a quello della coscienza soltanto quell’immagine che viene centrata, isolata, rafforzata e illuminata nel cervello umano. Ne risulta perciò che l’uomo può essere chiaroveggente in quanto raccoglie nel suo essere tutto quanto esiste nell’Universo».
 Per saperne di più: Il pensiero che guarisce.

giovedì 1 febbraio 2018

Animali archetipali


Nel corso degli studi sugli animali archetipali sono state messe a punto alcune differenze in relazione alla terminologia usata. Così l'animale totem, l'animale guida e l'animale di potere non hanno il medesimo significato.
Vediamoli insieme.

Animale totem: rappresenta le caratteristiche di una persona o di un gruppo e può essere scelto liberamente come simbolo per incarnare le qualità cui si ambisce o per le quali si prova affinità. Il totem non è visto propriamente come un'entità astrale, ma piuttosto come un'effigie, uno stemma. E i suoi poteri sono fonte di ispirazione per i valori, il comportamento e gli obbiettivi di crescita del singolo o dell'intero clan.

Animale guida: è uno spirito archetipale che riveste funzioni di direzione, protezione e aiuto nella vita di una persona. È un'entità astrale che accoglie in sé le caratteristiche di tutti gli appartenenti alla sua specie, quindi l'animale guida non sarà mai un'aquila bensì l'aquila, non un lupo ma il lupo. Ogni archetipo animale è uno spirito antico, dotato di un grande potere, e questo vale sia per il leone sia per la formica, sia per l'elefante sia per il topolino. A differenza del totem, l'animale guida non viene scelto deliberatamente, perché è lui a cercare il suo protetto. Anche se sarebbe più appropriato parlare di un incontro. Nonostante più persone possano condividere lo stesso animale guida, la funzione di quest'ultimo non sarà mai identica, perché esso propone a ciascuno le caratteristiche più adatte a favorire lo sviluppo e la crescita individuale.

Animale di potere: è la forza archetipale, legata alle caratteristiche dell'animale fisico, che porta doni e saggezza al suo protetto. La sfumatura più consistente che lo distingue dall'animale guida è che l'animale di potere può essere evocato quando si ha bisogno della sua forza e del suo aiuto. Ciò non esclude, comunque, che possa presentarsi spontaneamente quando si ha bisogno delle qualità di cui è dispensatore.

Per saperne di più:


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con il codice ISBN 9788892621558



martedì 30 gennaio 2018

Gli Archetipi e il Viaggio dell'Eroe


Gli archetipi sono moltissimi, abbiamo l'Innocente, l'Orfano, il Guerriero, l'Amante, il Cercatore, il Saggio, il Folle, il Mago, lo Sciocco, il Creatore, il Distruttore, il Sovrano, l'Angelo custode, eccetera.
Oggi voglio concentrarmi sui primi otto citati, che sono associati a fasi di evoluzione tipiche e rappresentative per ogni essere umano e sono ben collocabili a livello crono-biografico.
Per tutti, infatti, si può applicare la seguente sequenza settenaria (che deve comunque tenere presenti le varianti personali nell'interpretazione dei temi): veniamo al mondo da Innocenti, verso i 7 anni iniziamo a sperimentare la fase dell'Orfano, che comporta il doversi confrontare con l'abbandono e la ricerca di autonomia e sicurezza, dai 14 anni viviamo il periodo della ribellione e dell'autoaffermazione, che corrisponde all'archetipo del Guerriero, a 21 anni si attiva la figura dell'Amante, che scatena in noi passioni e ideali e richiede responsabilità e capacità di sacrificio, verso i 28 anni sorge un desiderio più profondo di conoscenza di sé, delle proprie vocazioni, dei significati della vita, e questo impulso corrisponde all'archetipo del Cercatore, soltanto dopo i 35 anni, con l'età adulta e sotto l'egida del Saggio, iniziamo ad apprezzare il valore dell'esperienza e sperimentiamo la consapevolezza e la serenità, dopo i 42 anni la spinta del Folle ci indirizza verso la gioia e la spontaneità e ci sprona a sviluppare un nuovo senso dell'umorismo, a cogliere l'attimo presente. Infine, dopo i 49 anni possiamo ambire all'autenticità, alla completezza, alla connessione con il mondo invisibile e al potere interiore tipici dell'Alchimista.
Di norma, il completamento di uno stadio rende possibile l'accesso a quello seguente, ma lo sviluppo dell'individuo non segue criteri strettamente lineari e graduali. Qui la logica non basta a comprendere l'evoluzione psicologica archetipale. Come indicazione di massima posso dire che ogni settennio si estende per altri due (compiendo un ciclo di 21 anni), intersecandosi con gli archetipi che seguono. Quindi lo sviluppo di ciascuna epoca si arricchisce e si completa con le conoscenze e le esperienze delle fasi successive.

Scopri di più.

martedì 16 gennaio 2018

... e tuesday no?

Fermo restando che gennaio è un mese composto da giorni che vanno dallo stupido all'impraticabile, con varie sfumature di tristezza, prendo atto di non essere solo in questo bagno di sconforto post dicembrino: ieri l'ho letto dappertutto. Non sei solo, dicevano i giornali, lo spleen di gennaio colpisce tutti e lunedì 15 di più... Bene. Ma lo stare in compagnia non mi fa sentire meglio. E poi ognuno c'ha i suoi mazzi, e i miei non sono gli stessi di quelli di un'impiegata di Bristol che ha preso dodici libbre da Natale a Capodanno. Con tutta la simpatia per le impiegate di Bristol. Perché sono loro, gli inglesi, che hanno codificato il Blue Monday.
Con una formula, addirittura.
Interessa?

domenica 7 gennaio 2018

I 12 doni


Per iniziare bene il 2018, vogliamo raccontarvi una storia, o meglio un'allegoria, nella speranza che quest'anno, più che perderci in astruse previsioni, si possa recuperare i nostri doni e sviluppare al meglio la nostra missione.

BUON ANNO NUOVO!
Un mattino, Dio stava al cospetto dei suoi dodici figli e seminò in ognuno di loro un seme di vita umana. I figli si avvicinarono a lui, uno a uno, per ricevere i doni assegnati.